giovedì 26 aprile 2018

Recensione: Notte inquieta, di Albrecht Goes

|Notte inquieta, di Albrecht Goes. Marcos y Marcos, € 15, pp. 110 |

Ucraina, ottobre 1942. Dopo un mattino insolitamente clemente, di quelli che ti infondono nelle scarpe il desiderio di passeggiare all'aria aperta, l'avvicinarsi della sera porta la tempesta sul fronte di guerra. Fulmini, saette, e la consapevolezza che la disfatta è ormai vicina. Si è eccezionalmente nelle fila dell'antagonista, del nemico crucco. Dalla parte di chi, di lì a qualche tempo, sarà vinto. Nevicano cristalli e svastiche sulla bellissima copertina illustrata da Laura Fanelli. In una locanda di Proskurov, in una fragile bomboniera di vetro, un comò allestito a tavolino – sopra: cioccolato, tè, vino rosso, caffè forte – e due letti, due questioni private costrette a una convivenza forzata. La luce della lampada a petrolio brilla sui segreti militari e gli incartamenti, sull'amarezza del salutarsi per sempre: più forte ancora, la scrittura di Albrecht Goes, scomparso diciotto anni fa. Prima pastore protestante, poi scrittore, presta sensibilità e vocazione all'occupante di uno dei letti: il narratore è infatti un cappellano militare. Il suo compito, raccogliere l'ultima confessione di uno sfortunato destinato al patibolo: il soldato Baranowski ha rinunciato alla divisa, ha disertato per amore di una donna con un viso «per cui vale la pena di rischiare qualcosa». Non c'è un paravanento a separarlo dall'altro ospite, il capitano Brentano: l'indomani volerà a Stalingrado e, probabilmente, il suo è un viaggio senza ritorno. Sarebbe sconveniente imporre a quello sconosciuto – un uomo di chiesa, tra l'altro: con i suoi tabù, con il suo decoro – la presenza in camera dell'infermiera Melanie, la fidanzata a cui prepararsi a dire addio?

Non c'era bisogno di parlare. In cima ai monti e nell'abisso tacciono le conversazioni; e quanto sia grande la distanza fra quelle e questi, solo Iddio lo sa. Iddio e coloro che si amano. Dunque è così, pensa Brentano. E Melanie: dunque avrebbe potuto essere così, per tutta la vita. E tutti e due: ma una volta lo è stato. Qualche volta. E l'ultima volta è ora, a Proskurov, nella notte. E poi: è ancora.

Ore turbolente, le loro. Ore in cui ricercare l'incanto delle piccole cose, le gioie del condividire. Ore in cui dispensare illusioni e farsi compagnia in una zona franca, nell'attesa di un destino triste rimandato finché è stato possibile rimandare. Ore brevi, dense, come breve e denso è questo romanzo. Gli antichi spiriti dei guerrieri caduti battagliano nel cielo. L'alba, nell'immaginario collettivo un forziere di promesse, è invece uno squallido miraggio da scongiurare. Ci si prende a cuore a vicenda, casi umani dalle ore contate. E inevitabilmente li si prende a cuore a nostra volta. Ci sono sconsiderati che nelle armi hanno ricercato lo sfavillìo delle medaglie e del successo facile, comandanti improvvisati, rari veterani degni di gloria. Se la guerra è un mercato di corpi e speranze infrante, se il disonore ti mette in una posizione scomoda precludendoti scelte alternative, come fare la differenza? Nelle linee nemiche, dalla parte del torto, si può restare in coscienza brave persone?

Bisogna sconsacrare la guerra. Toglierle ogni incanto. Bisogna inculcare nella coscienza umana la certezza di come sia banale e laido questo mestiere di soldato. Che l'Iliade rimanga l'Iliade e il Canto dei Nibelunghi quel che è; ma noi dobbiamo sapere che lavorare con una pala e una zappa è più onorevole che andare a caccia di decorazioni. Dobbiamo dire che la guerra è sudore, pus, orina. Dopodomani lo sopranno tutti e lo sapranno per qualche anno. Ma lasci che passi un decennio e vedremo di nuovo crescere i miti, come gramigna. E allora ciascuno di noi dovrà essere al suo posto, con una buona falce.

Dove i sogni e i giovani hanno vita breve, quando gli altri non fanno che intimarti di mantenere la calma morendo da soldato, regali graditi possono essere allora parole in grado di confortare davvero, bugie comprese, o un colpo di proiettile bene assestato. A Goes, «capace di contenere tutto un uomo come lo sono le braccia di coloro che si amano», non trema la mano. Non fallisce. Il suo sparo centra il cuore, ed è così che intanto ti grazia. 
In una notte di carta che porta consiglio, e la commozione.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Gino Paoli – Il cielo in una stanza

lunedì 23 aprile 2018

Recensione: Mio assoluto amore, di Gabriel Tallent

| Mio assoluto amore, di Gabriel Tallent. Rizzoli, € 20, pp. 413 |

C'erano una volta un papà, una figlia e un bosco. Altri, di nuovo, dopo i personaggi immersi nella natura selvaggia del thriller La casa del padre. Non mancano nemmeno qui le violenze aberranti – fisiche, psicologiche e, questa volta, sessuali. Non manca l'ambiguità, in un rapporto di amore e odio fatto a momenti alterni di tenerezza e dominio, fuga disperata e voglia di restare. C'era una volta il mondo: lasciato fuori, ai margini della radura.
Julia, detta Turtle, ha quattordici anni. Pesca, caccia, incassa e dà. Mangia le uova spaccandosele direttamente in bocca, al mattino, mentre Martin stappa per colazione la prima birra della giornata. Nei riti di iniziazione che spesso si autoimpone, fra piccoli naufragi e campeggi lunghi settimane, la ragazzina si forza a mangiare perfino uno scorpione guizzante in un sol boccone. Ha modi barbari, una corazza di cicatrici e, a scuola, grosse lacune. Sì, perché nel loro ricercato isolamente c'è spazio per la cultura: precisa volontà di un capofamiglia colto e fascinoso, che legge i filosofi spiritualisti in veranda (la camicia di flanella sbottonata sul petto forte, un'arma da fuoco che sbuca dai Levi's) e farnetica di cospirazioni da fine del mondo. A un passo dall'inizio del liceo, la sua Turtle si scopre attratta da un coetaneo salvato in fondo al bosco; parla al nonno reduce di guerra, tutto poker e coltellacci, del vestito per il ballo di fine anno; invogliata da un'insegnante, inizia a sentire la mancanza di una guida femminile. Turtle osa crescere. Abbastanza da rendersi conto, a un certo punto, che suo padre potrebbe intrufolarsi anche nel lettino dell'indifesa Cayenne, vagabonda salvata dalla strada non soltanto per generosità d'animo. Le lezioni di vita, in casa Alveston, ti insegnano a prenderti cura delle tue lame e a leccarti le ferite. A camminare a piedi nudi. A vedere al buio. I gesti parlano più delle parole: volgari, impastate dall'alcol, biascicate. Le loro conseguenze, mai lasciate al caso: si percepisce perciò la fatica dell'elaborazione e delle scelte, il dolore dei corpi che si apprestano a guarire – ma i cuori no, ferite sempre aperte.

Tu sei la cosa più bella che c’è. In te tutto è perfetto, Crocchetta, ogni dettaglio. Sei l’ideale platonico di te stessa. Ogni tuo graffio, ogni piccola spellatura è l’inimitabile elaborazione della tua bellezza e del tuo essere selvaggia. Sei come una naiade, come una ragazza cresciuta dai lupi. Tu sei la mia cosa numinosa in un mondo profano, di tenebra.

Mio assoluto amore, storia di vite al limite e d'infanzie mostruose, racconta con piglio verista il gioco dell'evitare gli assistenti sociali, i dubbi dell'emanciparsi e il sentirsi al sicuro soltando quando abbandonati a sé stessi. In balia degli eventi, degli agenti atmosferici, della curiosità adolescenziale. Liberi, però.
Diffido da chi definisce un romanzo capolavoro. Diffido, ancora, da chi definisce un romanzo noioso. Diffiderei da Stephen King, questa volta: narratore di infinita maestria, ma recensore spesso soggetto a un ingiustificato entusiasmo. Diffiderei, soprattutto, da me stesso. Se mi chiedeste di definire in poche parole il romanzo di Tallent, gli aggettivi parlerebbero al posto mio di una lettura durata pochi giorni appena eppure molto patita nel mentre. Ho i peli sul petto, lo stomaco forte, e le mie difficoltà poco hanno avuto a che fare con la barbarie del tema, l'incesto, o il bagno di sangue della seconda metà (quella che ho preferito: sporca, cattiva, senza presunzioni inutili). La colpa è stata delle descrizioni naturali, inutilmente particolareggiate. Dello stile ridondante di quei romanzi che vorrebbero raccontare il profondo Sud restituendone la grettezza morale, le atmosfere sonnolente, risultando purtroppo sonnolenti per il rovescio della medaglia.

I suoi errori non sono errori tuoi. Tu non sarai mai come lui. Mai.

Mi sono piaciuti i personaggi sfuggenti, dai confini imprecisi, né buoni né cattivi: tutti vittime di loro stessi, tutti complici, con una protagonista che ovviamene giganteggia facile – per qualche amico nerd è una ninja che salverà l'umanità dall'apocalisse zombie, per i compaesani il frutto dell'unione carnale fra una donna e un leone di montagna, ma a me è parsa l'anello di congiunzione non così impensato fra le geniali orfane di Dahl e le eroine bad-ass dei survival horror. Mi è piaciuto il modo di raccontare gli abusi senza peli sulla lingua, con la volgarità e la rabbia di chi li subisce e, suo malgrado, ne è dipendente; il turpe, brutto da dire, quando il disgusto ridestava l'attenzione facendo strizzare gli occhi stanchi. Mi è piaciuto il lento protrarsi del finale, che di quella violenza è l'apoteosi, ma anche dei pregi diffusi. Peccato ci si arrivi già provati, già stanchi. 
Smarriti fra pagine di troppo, facciamo pure un centinaio, e gli insidiosi garbugli della vegetazione – ortica, cardi, sonagli, avena selvatica, festuche, tarassaco. In un romanzo con sprezzo del pericolo che risulta pesante, ma per le ragioni sbagliate.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Sia – Elastic Heart

venerdì 20 aprile 2018

Zapping: Killing Eve, Here and Now, Rise

Si guardano con un sorriso curioso, di sfida, da un lato all'altro di un caffè viennese. Una bambina che mangia un gelato e una giovane donna dal viso di bambola. Da copione, sappiamo che l'adorabile Jodie Comer – già protagonista della miniserie Thirteen, e di una mia cotta mostruosa – è una spietata assassina. La tensione è nell'aria. Si alza. Fa per uscire e avvicinandosi alla bimba... Le rovescia semplicemente la coppetta addosso, per dispetto. Una detective di mezza età si sveglia invece urlando a squarciagola: un incubo, forse un brutto presentimento di ciò che verrà? A far soffrire Sandra Oh, in cerca di un ruolo da protagonista dai tempi di Grey's Anatomy, è in realtà quel fastidioso formicolio alle braccia che ci assale quando ci addormentiamo di traverso. La descrizione di una doppia beffa, di un doppio incipit, per raccontarvi com'è, una sorpresa intitolata Killing Eve. Ironico, seducente, leggero e insospettabilmente violento. Per una volta, nessun poliziotto vizioso e dannato (anche se sappiamo che la Oh, la notte prima, ha fatto fuore al karaoke cantando Il mondo è mio); nessuna sociopatica giramondo così ligia al dovere da non godersi la bellezza delle sue missioni (in Italia deve uccidere il nostro Remo Girone) o il divertimento per i mille travestimenti. Tratto da una serie di romanzi di Luke Jennings, Killing Eve è un Imposters serio ma non serioso; un The Fall vestito di normalità, di rosa. Cosa accadrà quando la protagonista, facendo due più due, seguirà in giro per l'Europa le tracce di sangue e gelato della sadica Comer? Se l'alternarsi dei toni stranisce e spiazza, se adatta Phoebe Waller Bridge – protagonista e autrice dell'irresistibile Fleabag, di cui aspetto ormai da anni il ritorno su Amazon –, difficile dire cosa aspettarsi. Si spera cose altrettanto assurde, in senso buono. Si spera cose belle. (Sì.)

Lui professore di Filosofia con il vizietto delle prostitute d'alto bordo. Lei analista che ha presto abbandonato la professione, in nome di un matrimonio lungo trent'anni e di una famiglia popolosissima. Un colombiano omosessuale, una stilista africana e un vietnamita psicologo – aggiungeteci anche la più anonima e irrequieta delle diciassettenni, sola figlia naturale – sono i tesori di mamma e papà. Riunirsi per il compleanno del patriarca, che spegne sessanta candeline. Assoldare camerieri ispanici e, per principio, scegliersi l'amante orientale. Gli hippie e progressisti Boatwright osteggiano Trump, parlano liberamente di sesso e allucinogeni, sono il frutto concreto – e aspro, asprissimo – di una America che crede ancora nel sogno dell'integrazione razziale. Non è una versione nera, politicamente scorretta, dei drammi domestici di This is us. O forse sì? Gli episodi sono lunghi un'ora, i corpi e i cuori esposti e le prime crepe, al momento del brindisi, iniziano a mostrarsi in quel paradiso multirazziale. Il figlio prediletto ha un nuovo fidanzato hipster e visioni deliranti. Perseguitato dal numero undici, dagli incubi, è indeciso fra la schizofrenia (ereditaria, anche se i geni non son quelli) e il profetismo (siamo pur sempre nell'ultima crezione dell'autore di True Blood, perciò mai dire mai). Il formato, i protagonisti snob e prolissi, annoieranno o diventeranno guide familiari alla scoperta delle contraddizioni di un nido – e di un paese, soprattutto – in pericolo? Per ora, al sicuro sotto il tetto dei premi Oscar Holly Hunter e Tim Robbins, la curiosità verso i segreti retroscena dei Boatwright – antipatici ma simpatici a modo loro, come nella commedia generazionale di John Wells – fanno sperare in un altro invito a cena. (Nì.)

Una scuola di provincia. Un professore illuminato, alle prese con il compito che tutti rifiutano. Un gruppo di ragazzi che non hanno niente in comune, se non il canto. A volte un sogno nel cassetto, altre un segreto da nascondere con un po' di vergogna. I preparativi per uno spettacolo teatrale che fa chiacchierare il corpo docenti – lo scantaloso Spring Awakening, che parla agli adolescenti del risveglio della primavera e del sesso – farà incrociare esistenze e voci diverse fra loro. No, non è un trucco: non è Glee, ma la sua versione indie, d'autore, a confine con L'attimo fuggente. Protagonista, Josh Radnor: il Ted di How I Met Your Mother, con tre figli a carico, il cuore gentile e la speranza di cambiare lo status quo. Lui e Mike Cahill, regista nelle mie grazie sin dai tempi del fantascientifico Another Earth, dirigono un coro di ragazzi diversi, ai margini, che molto probabilmente non hanno però nulla di nuovo da cantare. Con le minoranze e i drammi stipati fino al parossismo in quaranta minuti di pilot in cui omosessualità, immigrazione e sindrome di Down sono vittime del pregiudizio (ma, per forza di cose, anche dei contro del politicamente corretto). Con un utilizzo della telecamera a mano che annoia e appesantisce. Trattandosi di un teen drama – per di più a tinte musical, con arie da Sundance: tutte cose che mi piacciono, insomma – potrei dare a Rise, eppure partito disastrosamente, una seconda occhiata. Nonostante gli sbadigli, la delusione per le stonature e un inizio già col piede in fallo. (No.)

mercoledì 18 aprile 2018

Recensione: La manutenzione dei sensi, di Franco Faggiani

| La manutenzione dei sensi, di Franco Faggiani. Fazi, € 16, pp. 250 |

Leonardo – cinquantacinque anni, vedovo da dieci, giornalista affermato nella Milano da bere – abbandona tutto, nell'esordio nella narrativa di Franco Faggiani. Si lascia dietro lo smog della città, i ricordi di una vita prima e fra i monti della Val di Susa, un po' roccaforte e un po' trappola, costruisce per sé e un ospite speciale un piccolo paradiso privato che somiglia tanto a un mio sogno ricorrente: un casetta ristrutturata di fresco affacciata sugli alberi, sui pascoli, in cui scoprirsi più sereni e più forti. Nel corpo, temprato dal lavoro fisico, e in quella mente finalmente in pace, se immersa nella bellezza dell'incontaminato. Chiara, la moglie stroncata nel letto da un aneurisma cerebrale, non avrebbe voluto niente di diverso per lui. Stessa cosa l'impegnatissima Nina, sua unica figlia, a Boston per un lavoro di prestigio: sapendolo in buona compagnia, è partita però senza sensi di colpa. Leonardo, infatti, condivide casa e silenzi con Martino: adolescente in affido temporaneo, che ha poche chance di trovare il suo posto nel mondo prima della maggiore età. Ha la sindrome di Asperger e, per il sistema, è una mela bacata. Può scoprirsi indentico agli altri, nel suo, mimetizzandosi in alta montagna. Dove intagliare il legno e raccogliere quel che si è seminato conta più del rendimento scolastico. Dove, soprattutto, non c'è differenza alcuna fra i modi spicci del ragazzo – che da copione non amerà il contatto fisico, le metafore, chiacchierare del più e del meno – e quelli degli abitanti locali: prendiamo l'anziano Augusto, ad esempio, che presto diventa un datore di lavoro e saggio migliore amico. Oltre la valle, un mondo sconosciuto di cui imparano subito a non sentire la mancanza. In altitudine, amori, avventure e pericoli per sfatare insieme un infondato luogo comune: quella vita solitaria no, non li isola affatto.

A lui piaceva andare, ma soprattutto ritornare. Dopo ogni assenza, appena sceso dalla macchina, adempiva un rituale che lui stesso si era inventato: correre verso il borgo sopra casa fino a una piccola radura, allargare le braccia e dire a voce alta agli alberi, agli animali e alle montagne.
Ehi, sono qua, sono tornato, mica sono stato via tanto”.

Ho portato La manutenzione dei sensi con me a Pasquetta, per una foto a tema in un borgo alle pendici del Gran Sasso. L'ho voluto, l'ho avuto e l'ho messo da parte, infine, per il momento giusto. Ho visto quanto bene stesse accanto agli altri titoli Fazi, che custodisco gelosamente in libreria. Ho fatto l'errore di associarlo a colpo d'occhio, per assonanza, alle Otto montagne di Paolo Cognetti. Sperando invano di trovarci all'interno la stessa delicatezza e la stessa morsa allo stomaco che le amicizie maschili – straordinariamente sincere, rare – non si sa perché mi ispirano, da qualche anno a questa parte. Gli ingredienti c'erano: tutti, giusti. Ma qualcosa con me non ha funzionato. Questione di stili che non piacciono, di emozioni mancanti. Ancora, di pura soggettività. Faggiani scrive correttamente, con leggerezza e ironia, ma non si imprime: a tratti annoia forse un po' nel tentativo di ricercare bei dialoghi da libro stampato, scorci naturali da fotografare a suon di descrizioni particolareggiate. Parla di morte e rinascita, di guarigione, ma non ci sono né la tristezza esistenziale né la malinconia auspicate. La colpa, probabilmente, più mia che dell'autore, quando una lettura non ha grandi difetti, eppure non convince. Con un narratore che, strano ma vero, è il meno interessante dei personaggi (come possa un giornalista con incarichi all'estero ignorare cosa abbia fatto Alan Turing o quali siano le peculiarità dell'Asperger, poi, proprio non lo so). Con i suoi protagonisti privilegiati e benestanti che passano la vita in vacanza, come nel tormentone sanremese dello Stato Sociale.

Forse hai ragione. Siamo stati noi a scegliere un posto e un modo di vivere che ci fa stare bene. Insieme. Tu stai bene?

Leggendo di vini rossi e genziana, di sughi saporiti e polenta con selvaggina, li si invidia per la buona forchetta e la vista mozzafiato. Si sorride, ma come davanti a quei film di Natale in cui tutti sono buoni, buonisti, e tutto andrà bene per forza di cose. Manca l'autentica vocazione dell'autore premio Strega, e queste cime poco tempestose fanno da sfondo a un esperimento sociale, a un cambio vita, che avevo immaginato diverso. Romanzo ad alta quota che mi ha promesso le vertigini di un volo e le carezze del conforto, senza mai portarmi in alto.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Arisa – Ho cambiato i miei piani

lunedì 16 aprile 2018

Recensione: Mary e il Mostro, di Lita Judge

| Mary e il Mostro, di Lita Judge. Il Castoro, € 15,50, pp. 312 |

In anteprima allo scorso Torino Film Festival aveva il fuoco interiore e la bellezza statuaria di una Elle Fanning ancora inedita nelle sale. Mary Shelley, nella romanzata e romantica biografia della regista saudita Haifaa Al-Mansour, era un'eroina d'altri tempi con il desiderio di prendere il mondo a morsi e d'imporsi a testa alta sulla logica maschilista della Londra vittoriana. Qualche dettaglio sfuggiva, nella fretta di due ore di cronaca, ma a distanza di mesi ne ricordo bene la curiosità intellettuale, l'innata grazia, i drammi; la voglia di approfondire, anche a costo di farmi male, gli impulsi che portarono una ragazza di diciotto anni appena a meditare sui moventi e i punti di rottura (e sutura) di un mostro che – per umanità, per ferocia – non ha mai smesso di rubarci notti e donarci spunti di riflessione. Mary Wollstonecraft Godwin: chi era davvero? Non condensata in un feuitteton, anche se di quelli assai ben fatti. Non sottoposta alle leggi dei padri, degli editori e di quella natura matrigna di cui, superba a giusta ragione, la scrittrice si rivelò a sorpresa superiore.

Raccolgo le gambe e le braccia
per farmi piccina.
Ma non sarò mai così piccola
da smettere di pensare.

La racconta fra i versi e le immagini una biografia assolutamente singolare, scritta e illustrata da Lita Judge. Un diario poetico in bianco e nero, al carboncino, con il fascino della graphic novel e le parole centellinate ad arte del flusso di coscienza. 
Chi era, ancora, il suo anonimo mostro, al quale i più attribuiscono per errore il nome del folle creatore che lo creò per poi abbandonarlo a sé stesso?

Le ragazze dovevano essere gentili
e obbedire alle regole.
Le ragazze dovevano essere silenziose
e ingoiare punizioni e dolore.

Ma lei non si nascose.
Non si lasciò zittire.
Lottò contro la crudeltà della natura umana.
Scrivendo.

Nacque in una casa piena di libri, con la notte tagliata in due da una cometa dal nome di donna. Il padre, libraio spregiudicato piegato dal pugno di ferro della seconda moglie; la madre, poetessa dai costumi notoriamente liberali, morta dando alla luce la secondogenita. Le dissertazioni di Coleridge a cena, e l'idea di poter diventare qualsiasi cosa volesse. Prima dei debiti. Prima del colpo di fulmine per Percy Bysshe Shelley: dongiovanni già sposato e affatto intenzionato a far di lei una donna onesta, la destinerà a un'esistenza errabonda, sulla scia di un sogno – quello della scrittura – che prima li unisce e poi li divide. Le loro migrazioni continue con al seguito Claire, sorellastra di Mary e compagna di letto di Percy, li condurranno dalle speranze infrante della Francia napoleonica all'Italia vacanziera, fino alla villa di campagna del dissoluto Lord Byron. Lì, nel bel mezzo di una tempesta metereologica e creativa, nascerà per sfida e per sfogo un capolavoro della narrativa gotica. Nel mezzo: la perdita di un figlio, il disonore per i continui tradimenti coniugali e, in uno splendido covo di angeli caduti, ecco consumarsi la rivoluzione dell'amore. 
In pieno XIX secolo, l'oppio, l'abbraccio del fiume e i dolori del parto uccidono spietatamente molte delle figure femminili che incrociano la strada di Mary. Ma le donne, fragili e sfortunatissime in epoche così malsicure, sono fatte però della stessa sostanza dell'Onnipotente: creano la vita da una spinta, da una scintilla.

Creare spezza le ossa,
come le membra di un neonato
che spingono attraverso il corpo della madre.

E' un cuore che batte,
come il bambino appena nato
che tieni in braccio.

E' terribile,
e bello,
come imparare a respirare di nuovo.

Le scintille sono quelle del fulmine, delle scosse elettrostatiche, quando il mostro si solleva dalle pagine e dal tavolo autoptico. Frankenstein è metafora di un altro parto, per una Mary dal grembo e dal cuore ormai inaridito. La costola di Eva. Un alter-ego dell'autrice stessa, dei suoi figli bastardi, che fa da giustiziere e da cassa di risonanza. E allora può crearsi un dialogo fra loro, creatura e creatrice, in un evocativo gioiellino di forma e contenuto da esporre con vanto in libreria. Da sfogliare, leggere e rileggere, per rinfrancare a qualsiasi età occhi, cuore e mente. 
Oltre che per l'indicibile cura dell'impaginazione, Lita Judge sorprende infatti per una scrittura interessantissima, a confine, che non si accontenta di fare da semplice didascalia. Per saperne di più dei dolori del processo creativo, dei reali retroscena. Per scoprire un'arte a tutto tondo che non mi appartiene, no, eppure mi chiamava da un po'. Dalle nebbie da un tempo – due secoli, ormai – che è sembrato volare. Dalla tomba, a sei piedi sotto terra.

venerdì 13 aprile 2018

Mr. Ciak: A Quiet Place, Madre!, Doppio Amore, Cinquanta Sfumature di Rosso

Sfondi e scenari: gli stessi dei survival indipendenti (vedasi il cottage in fondo al bosco di It comes at Night). Lo spunto: originale ma non molto, tipico di chi vorrebbe tenere alti il dramma umano, l'ambiguità, la suspance (leggasi La morte avrà i tuoi occhi, prossimamente un film grazie a Netflix e Susan Bier, in cui contro l'ignoto si viveva non nel mutismo, ma a occhi bendati). I toni: quelli sommessi di progetti che non hanno bisogno di spargere ettolitri di sangue o alzare la voce per farti sinceramente paura (certo, se solo a produrlo ci fosse stata l'affidabile A24 avremmo evitato gli errori di 21 Cloverfield Lane, The Ritual e altri horror che troppo vogliono svelare). In A Quiet Place ci sono un imprecisato futuro post-apocalittico e due genitori con un terzo figlio in arrivo, dopo la morte mai elaborata di un altro bambino. Cattiva idea allargare la famiglia, se fuori c'è un pericolo a cui sopravvivere solo così: in silenzio. I protagonisti si esprimono con il linguaggio dei segni, con gli occhi e i movimenti corporei, per non attirare in casa mostruosi invasori dall'udito sopraffino. Gli espressivi Emily Blunt e John Krasinski, coppia anche nella vita reale, si dividono l'educazione dei figli, compiti e spauracchi, a un passo dal gorgogliare del fiume. Si lavora sinergicamente – nel cast raccolto, nei copioni personalizzati da una palpabile intesa –, e agli Abbott, cosa rara davvero, ci si affeziona. Mentre si concedono un lento in cantina. Mentre il senso di colpa e il passato li uniscono e li dividono nel corso di una notte implacabile. Mentre la poetica lentezza iniziale, ben musicata dal solito Beltrami, cede il passo infine all'azione dei survival: evitabile, sì, ma messa già in conto in una produzione commerciale che ha il cuore come un martello pneumatico, una tecnica all'avanguardia e un giovane regista, quel Krasinski impegnato in un duplice ruolo, costretto a cedere a più di qualche faciloneria (su tutte, il design delle creature: troppo mostrate, troppo simili a quelle di Stranger Things, quando il miglior Shyamalan avrebbe invece gettato ad arte ombre strategiche). I dialoghi sono ridotti a zero o quasi. Nell'aria non vola una mosca. Ogni piccolo rumore, ogni scricchiolio, costituiscono un rinnovato fremito in poltrona. La scrittura è solida, l'uso del montaggio sonoro da Oscar e il dosaggio degli jumpscares, nonostante i perdonabili difetti di sorta, ti fa torcere le mani in poltrona e vergognare un po' per i sobbalzi. L'ho visto da solo, in una sala semivuota, e a un certo punto scalpitavo per l'arrivo dei titoli di coda: stanco di stare sempre sul chi va là, chiedevo basta, ma anche ancora. A Quiet Place è un gioiellino di tensione a piedi nudi, a fior di nervi, che insegna che il silenzio è d'oro. A volte, anche l'horror mainstream. (7,5)

Dopo l'ammaraggio dell'arca di Noah si attendeva l'arrivo di Darren Aronofsky nelle acque più placide del Lido. Acclamato o disprezzato, di Madre! hanno scritto i più – cose brutte, cose lusinghiere, interpretazioni in gran quantità – e, curioso per natura, qualcosa ho letto. Sarà perché giunto non del tutto impreparato alla visione, non l'ho amato e non l'ho odiato: al solito, mi piazzo a metà. Con il senno di poi non mi spiego infatti né i fischi né la venerazione. Non mi spiego, soprattutto, la confusione: le chiavi di lettura che fioccano dappertutto, come se alla base dell'allegoria dell'ultimo Aronofsky ci fosse chissà quale ermetismo, chissà quale sottigliezza. Tornando all'horror senza però lasciare indietro la suggestione delle Sacre scritture, il regista racconta con il grotteso della commedia nera e la violenza dell'epilogo l'incubo vissuto da una coppia perfetta. Le cure di una morbida e urlante Lawrence (per tutto il tempo, sul viso ha ragionevolemente un'unica espressione di sconcerto) hanno restituito smalto a una villa decaduta e giovinezza al poeta di un insopportabile Bardem. Lui padre padrone, lei sottomessa – anche quando si parla di avere un figlio, anche quando la casa inizia a riempirsi di ospiti inopportuni e inquietanti (si parte dal fanatico Harris e dalla sobillatrice Pfeiffer, due Adamo ed Eva agées, finendo con la spietata giustiziera Wiig). Riassunto in pillole allucinogene di Antico e Nuovo Testamento, in Madre! è tutto un simbolo. La morale ecologista è dietro l'angolo – assieme ai reiterati tentativi del processo creativo, suggeriti con una bella struttura circolare; al ripiegare sull'ottusa fiducia che la prossima volta andrà meglio –, meno la delusione preventivata. Aronofsky interessa, affascina e indigna. Pasticcia, senz'altro. Ma erano mesi che mi negavo, a fine visione, il piacere di un sezionare un film in compagnia ripercorrendolo a ritroso. Il difetto più palese: la semplicità del linguaggio, lì dove altri gli rimproverano un'insensatezza di base; il fatto che questo Aronofsky chiassoso e fisico manchi della solita eleganza, nella scrittura e nella forma, non andando troppo per il sottile. Dà un morso proibito alla mela della conoscenza, e rischia di farsela andare di traverso. Trascina l'ex compagna Jennifer Lawrence in un lungo calvario, e solleva tutt'attorno fumo, fuoco e fiamme. Resiste imperterrito un cuore di cristallo, sul fondo del vaso di Pandora; sotto la cenere. Madre! pecca di ambizione e non potrebbe permetterselo: lacunoso, perfino ingenuo. A modo loro, però, sempre piaciuti i peccatori. (7)

La mente che parla al corpo e gli suggerisce di soffrire. Lì, sotto le palpebre abbassate, i dolori della giovane (e bella, come si diceva in qualche film fa) Chloé. Dolori lancinanti alla bocca dello stomaco e un'unica guarigione, se la medicina scuote la testa e dichiara bandiera bianca: uno psicologo che scandagli nel suo passato e in traumi rimossi per istinto di sopravvivenza. Medico e paziente vanno a letto violando il codice deontologico; si innamorano. Finché Chloé non finisce nelle braccia di un altro terapista, di un altro uomo, che non si sa perché ha la stessa faccia di Paul: la sua versione tenebrosa, laconica, specchiata, che scava più a fondo ancora, e nei segreti della camera da letto. Lei, l'attrice feticcio Marine Vacht, ha il caschetto castigato della prima Mia Farrow e un corpo acerbo dalle insospettabili curve a gomito. Lui, anzi loro, sono Jeremie Renier: altra conoscenza del regista francese, con un fascino barbuto che fa passare d'un tratto la paura di invecchiare. Esplorazioni invasiva dell'intimo femminile, con immagini troppo di classe, troppo patinate, per suscitare scandalo – si apre con un chiacchierato primo piano della vagina della protagonista, si prosegue con onirici ménage à trois e uomini sottomessi con una cintura fallica soltanto per il desiderio di lei –, L'Amant Double arriva nelle sale italiane con il titolo Doppio amore dopo il mancato rumore al Festival di Cannes. Messo da parte il freddo languore di Frantz, il sempre atteso Ozon torna alle atmosfere di De Palma – lussuriose ma incoerenti – e al tema del doppio, già debitamente affrontato negli irraggiungibili Swimming Pool e Una nuova amica. Qualcuno ci ha letto infinita autoironia, qualcun altro un'analisi freudiana che arriva all'orgasmo partendo da lontano. Raffinatezza stilistica a parte, questa volta non ho trovato appigli o spunti degni di riflessione, in un intrigo torbido ma lacunoso, retto interamente dall'intesa sessuale fra due protagonisti bellissimi. E stimolerà ormoni e zone sensibili più di qualsiasi Sfumatura di grigio, inutile negarlo, eppure L'Amant Double appare il gemello ipodotato dei fratelli maggiori meglio riusciti. Autocelebrazione intrisa di eleganza che sul lettino di uno specialista, fra le lenzuola spiegazzate, rischia di farsi parodia di sé stessa. (5,5)

Dal grigio al rosso, passando senza grande convinzione attraverso cinquanta sfumature di noir. A un certo punto, nell'incipit del terzo e ultimo capitolo della serie erotica di E.L. James, quei protagonisti che in bianco non sono andati mai, sperimentano il candore virginale dell'organza. Convolano a nozze, e allora lo fanno a Parigi e a Nizza, in barca a vela, in auto, nello chalet di montagna di lui. Si danno da fare, anche se il cinema patinatissimo di James Foley si dilunga sui preliminari ma ci nega il sesso, e mentre si spalmano gelato sulle parti intime (l'indomani non useranno un detergente intimo, ma Mastrolindo Sgrassatore) o giocano a far vibrare dildo, ecco che parte la hit del momento – quest'anno, l'orecchiabile duetto fra Rita Ora e Liam Payne –, con la signora Grey che spalanca la bocca non si sa se in preda al piacere, o per cantare il ritornello in lip synk. Passione e strafalcioni: gli stessi della prima volta. Anastasia che, inebetita, puntualmente si meraviglia delle dimensioni (fior di metafora?) del jet di lui. Christian che, con la scusa dello stalker che vorrebbe separarli, rafforza la sua figura di padre padrone. Se non fosse che la sua sposa – servita e riverita come una gran dama, con tanto di bodyguard e immeritata promozione –, spesso si impunta e lo contraddice. Nelle rare irruzioni nella stanza segreta di Grey, ci si vendica e ci si stuzzica in una sfida alla pari: chi sottomette chi, dopo essersi detti sì? Abituarsi alla routine matrimoniale richiede ora la carota, ora il bastone (insomma, comunque oggetti dall'inequivocabile forma fallica). Con orridi dialoghi da fotoromanzo svestito a thriller, la James e il marito sceneggiatore inseriscono nella loro irresistibile orgia trash corse in macchina che manco la sorella gnocca di Vin Diesel, agenti immobiliari maggiorate, criminali da strapazzo che rapiscono la tipa di Tezenis e passati traumatici con la pioggia scrosciante fuori. Ai protagonisti si chiedevano, all'inizio, seni a coppa di champagne e chiappe così marmoree da poterci spaccare in mezzo le noci di Macadamia. Dakota Johnson, migliore di film in film, appare qui di una bellezza raggiante. Jamie Dornan, l'uomo con le pentole inox per occhi, scopre invece le insicurezze di un'eventuale paternità, le serenate al pianoforte e lacrime che no, non ne attentano alla famosa virilità. I trasgressori che fanno faville al botteghino e nei portafogli delle nostre mamme in menopausa affrontano la quotidianità – magari in perizoma – e chiudono così, con un dignitoso tassello finale che invita sin dal titolo a non sparare di nuovo sulla croce rossa, le porte del loro sogno di coccole e gatti a nove code. (5)

mercoledì 11 aprile 2018

Recensione per le rime: Attìa e la guerra dei Gobbi, di Isidoro Meli

Attìa e la guerra dei Gobbi, di Isidoro Meli. Frassinelli, € 17,50, pp. 300 |

Parlando a vossignoria con onestade, debbo dire che per raccontar di questa intreccio non serviron le minacce di cento spade. Le parole di gaudio di Cinzia, la più fidata addetta stampa, poteron su di me – a onor del vero, del romanzo storico nemico vero – il miracolo di una seconda vampa.
Tanta ammirazione accesero in me le peregrinazioni per mari e per monti di Attìa e Panc, gli avventurieri tonti, da spingermi a usare la rima baciata per recensire a tono codesta ballata.
Non avevan troppa fretta di partire, eppure, quei ladruncoli che un infausto giorno saccheggiarono il casotto di chi della campagna siciliana era il signorotto. La loro punizione, non la galera ma la barca, se nel marzo del 1860 c'è Giuseppe Garibaldi che attacca.
Il Sud, per opporsi al Risorgimento, pianifica in silenzio un rapimento. In quel di Caprera deve essere sottratta Anita, che del barbaro condottiero è l'amore di tutta una vita. Un cuore spezzato può forse fermare i Savoia, detti Gobbi, che lo strapotere dei Borbone voglion colpire diritto nei lombi?
L'impresa disperata porta quattro disgraziati sulla stessa strada.
Attia, marocchino come Ulisse scaltro, che perdendo la memoria ha guadagnato qualcos'altro: la pelle viola, color melanzana, per il malocchio di una fattucchiera (perdonate la volgarità) un po' bottana.
Panc, grande e grosso, che le bestemmie trasformano nell'Incredibile Hulk: rabboniscilo pure con una manciata di pistacchi di Bronte, se non vuoi che a suon di pugni ti spacchi la fronte.
Lo sciupafemmine in arme Salvatore Paradiso, fra il dovere e il piacere eternamente diviso.
L'attempato sicario Andrea u' Muzziaturi, la cui compagnia non ci ha mai reso sicuri.
Vedendoli salpare tanto inadeguati, il fantasma di un menestrello stabilisce che debbono essere cantati. Lo chiamavano Nello, e il futuro intero intonava in un ritornello.
Pizzica le corde, e così ne intona le rotte. I briganti e le pulzelle, in una terra di quelle belle.
Il vino e il maialetto, contrattempo perfetto. In Sardegna a sorpresa si gozzovoglia, tralasciando di quella missione la meraviglia. Ma al destino non si sfugge giammai e per i nostri protagonisti son in serbo nuovi guai!

Vedere il futuro è una cosa che fotte la vita.

Alchimisti e accabadore, di Michela Murgia il fior fiore, assieme a una laida strega con cui fare all'amore. Un falso Che Guevara con un fucile per gamba, gente che viene e che va in un Orlando Furioso a metà. L'esercito nemico, intanto, avanza.
Duecentocinquanta Gobbi una bazzeccola non sono, e la violenza ci giungerà all'orecchio alle velocità del suono. Sangue e squartamenti renderanno i lettori d'improvviso sgomenti, ma questa tragicommedia splatter e nazional popolare non ci toglierà affatto la smania di cantare. Guizzi poetici, profetici, quando la fantasia trotta e del mio iniziale pregiudizio nessuno se n'importa. Cavarsela è un'arte per pochi, perdenti dal fascino indiscreto, e sulla terra ferma potreste non volere mai più tornar indietro. Oltre le risate, oltre il mare, ci salvano i delfini dal pescecane e un pennuto esotico dalla pena capitale.
Un'adorabile scrittura, che di mischiare siculo, sabaudo e sardo si prende gran premura, è il tocco in più che fa somigliare il cantautore Meli a chi vuoi tu. Di Asterix e Obelìx le caricature, ma del cinema di Virzì Paolo le picaresche avventure; del Gazzè a Sanremo i leggendari amori da romanza, e tocca a Don Quisciotte e Sancho Panza combattere mulini a passo di danza.

«A me l'antico non dispiace. E nemmeno le promesse.»
«E immagino nemmeno le leggende, compagno di ventura.»

La storia d'Italia? Per non appannare i banchi a suon di sbadigli, gli scolari dovrebbero conoscere di questo sfacciato narrator gli artifizi. Quale pesantezza, quale noia: il fantastico e la cronaca insieme, sapessi che gioia! Osteggiare l'unità: vero paradosso, con gli inseparabili Attìa e Panc che per amicizia si stan sempre addosso. Un legame fra senza patria e senza dio, non fra senza cuore, che commuove e diverte in queste pagine in cui ora si vive e ora si muove.
Le sarde, gli scagnozzi, i cactus, gli amori, le scortesie, le audaci imprese Isidoro Meli canta.
Pur di condividerne aneddoti e sorrisi, so già che a lettori e ad amici farò una testa tanta.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Elio e le Storie Tese – La terra dei cachi